Radical chic

11 AGO 20
Immagine di Radical chic
Bello trovare oggi sul Foglio l’articolo di Fayenz con un ricordo diBernstein.Era uno straordinario comunicatore, sia sul podio che fuori, spesso soprale righe e a volte molto poco rigoroso nel rispettare le indicazioni dellospartito, ma capace come pochi di trasmetterti l'anima più profonda dellamusica. Le prime versioni che ho comprato delle sinfonie dei principalicompositori erano dirette da lui; il suo ciclo di sinfonie di Beethoventrasmesso in Rai mi appassionò molto; l’emozione che mi diede vedere unsuo concerto dal vivo rimane una tra le più intense della mia vita. Solopiù tardi lessi il libro di Tom Wolfe e scoprii che lo scrittore si eraispirato principalmente proprio a Bernstein e ai suoi party e salotti perconiare il termine “radical chic”. Ci restai piuttosto male, perché ame i “radical chic” mi stavano già molto molto sulle scatole, nonpiacendomi di loro tutto ciò che Wolfe aveva messo a fuoco con lucidaironia. Però mi sono poi sempre detto che “Lenny” era certamente unradical chic molto vanesio ma senza i difetti per me più insopportabili diquel mondo: falsa coscienza, disonestà intellettuale, finti rispetto einteresse per gli umili e semplici, in realtà profondamente disprezzati. Mipiace pensare che Bernstein, peccasse piuttosto di una forma di“candore” e di eccessivi passione e slancio ideale. Probabilmente èun’idea poco obiettiva, per l’amore e la gratitudine verso il Bernsteinmusicista. Comunque, avercene ancora di radical chic così, rispetto aquelli mediocri, banali, vacui e noiosissimi che dobbiamo sorbirci ora.